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“Lasciati soli in prima linea”, la pregiata e celebre rivista Armi e Tiro ha intervistato Gianluca Guerrisi (CONSAP)

Gianluca GUERRISI, Segretario Generale di Roma e Dirigente Nazionale Coordinatore per l'Italia Centrale sindacato di Polizia CONSAP

Gianluca GUERRISI, Segretario Generale di Roma e Dirigente Nazionale Coordinatore per l’Italia Centrale sindacato di Polizia CONSAP

Pubblichiamo l’articolo redatto dal dr Massimo Vallini sito web Armi e Tiro del 10 gennaio 2019.

La copertina del fascicolo uscito lo scorso 2 gennaio del settimanale così come l’editoriale di Maurizio Belpietro anticipano un’inchiesta di 8 pagine dedicata agli operatori delle nostre forze dell’ordine “Lasciati soli in prima linea”. . È, questo, anche il titolo dell’inchiesta di Gianluigi Nuzzi , che ha raccolto i dati della “battaglia quotidiana, sempre più violenta e pericolosa” nella quale quegli stessi operatori “vengono pestati, feriti, a volte uccisi”. .
Secondo il settimanale, poi, ogni due ore e mezzo un poliziotto o un carabiniere vengono feriti “per servizio”, a partire da quelli di ordine pubblico, “manifestazioni e partite di calcio, le voci che registrano il maggior numero di episodi violenti”.
Il fatto di cronaca da cui prende le mosse l’inchiesta è proprio quello che ha visto protagonista il carabiniere Antonio D’Anna che, negli scontri del dopo partita Lazio-Eintracht del 13 dicembre scorso, ha estratto la pistola per difendere un tifoso tedesco ed è stato ferito alla testa dalle bottiglie lanciate dagli ultrà laziali.
I dati riferiti nell’inchiesta sono in effetti interessanti e li riporto in tabella (vedasi articolo allegato Armi e Tiro) tuttavia non sembrano confermare l’assunto: a parte il dato dei 7 carabinieri deceduti nel 2018 , che rappresenta effettivamente un numero in preoccupante crescita, tutti gli altri indicatori non sono in aumento, in particolare il numero degli agenti e dei carabinieri infortunati o feriti in servizio. Tutt’altro. «I feriti in servizio ci sono e ci saranno sempre» spiega ad Armi e Tiro Gianluca Guerrisi, dirigente nazionale coordinatore per Italia Centrale del sindacato di polizia Consap «La cosa vera è che spesso, purtroppo, l’aggressore agisce conoscendo bene i limiti di intervento delle forze ordine».
L’articolo di Panorama riporta anche un passaggio di un’audizione del comandante generale dell’arma dei carabinieri, Giovanni Nistri , davanti alle commissioni parlamentari: “L’impegno dei carabinieri è intensissimo. Si stringe a un elevato , sempre più immanente e imprevedibile, in ragione di condotte criminali caratterizzate da violenza, frequentemente gratuita e sproporzionata” . I costi sociali di questa “guerra” sono impressionanti, per i traumi che “i carabinieri riportano e con cui dovranno convivere per il resto della vita” spesso anche in termini economici. Senza contare i costi della giustizia per perseguire gli aggressori, il più delle volte vanamente, perché non c’è certezza della pena.
L’inchiesta afferma, in effetti, che c’è stato un cambiamento nelle modalità con le quali gli esponenti delle forze dell’ordine vengono bersagliati . Se in passato era questione prevalentemente ideologica, oggi “l’uomo in divisa diventa bersaglio in sé, avanguardia di uno Stato odiato, rappresentante di un rodine sociale antitetico all’individualismo scolpito dall’intolleranza che fa reagire contro tutto e tutti” .

Lo conferma anche lo psichiatra Paolo Crepet che parla di “rabbia senza più illusioni. È muta e impotente, capace di detonare con atti di violenza fini a se stessi” . Secondo Nuzzi mezza Europa è accomunata dallo stesso problema. I recenti fatti dei gilet gialli in Francia, sembrano confermarlo. Capitolo a parte, trattato dall’inchiesta, è quello dei suicidi tra le forze dell’ordine. Secondo i dati raccolti tra ministero dell’Interno e associazione Cerchio blu, sarebbero stati ben 255 tra il 2010 e il 2016 “È una strage silenziosa, continua, taciuta, quella di chi si toglie al vita tra chi appartiene alle forze dell’ordine. E quasi tutti, addirittura nell’80 per cento dei casi, scelgono di farla finita premendo il grilletto della propria arma d’ordinanza . A dimostrazione che l’accesso a strumenti letali è tra i fattori incidenti considerati dagli psichiatri nella valutazione clinica del rischio di suicidio, oltre ovviamente a particolari situazioni lavorative di stress”. Affermazione lapidaria, scontata, che andrebbe dunque contestualizzata. Ma è un problema significativo. «Noi come sindacato di polizia abbiamo sempre sostenuto l’importanza dei consultori interni con personale qualificato che segua certe complessità , spiega ancora Guerrisi del Consap. «In genere il primo punto di consulto, è il collega del turno o il capo del reparto, ma non è mai facile capire cosa esiste dietro. Ci sono due aspetti importanti da tenere in evidenza: la serenità famigliare e le condizioni di vita professionale . Una vita famigliare inquieta per separazioni, divorzi, salute e denaro, incide molto sul fenomeno e molto importante è anche la condizione di lavoro: in molti uffici la penuria di agenti porta ad andare in over working e i sintomi arrivano quando è tardi. Abbiamo casi anche di uffici poco sensibili alla difficoltà del personale, anche se la legge 81/08 ha introdotto lo stress da lavoro correlato che impone al datore di lavoro di monitorare certi aspetti. La situazione è molto migliorata molto e la nostra amministrazione con la Direzione centrale di sanità ha attivato protocolli specifici. Certamente occorrono più consultori e il Consap già da qualche anno ha creato un centro ascolto in forma molto riservata che si avvale di colleghi psicologi che forniscono i primi consigli al collega “in difficoltà”. Però ancora esiste ritrosia a raccontare certi disagi e proprio questa forma di chiusura, il mantenere tutto “dentro”, poi può sfociare nel gesto estremo».

Articolo pubblicato Armi e Tiro del 10 gennaio 2019
https://www.armietiro.it/lasciati-soli-in-prima-linea-10409

Suicidi nelle Forze dell’Ordine, quello che nessuno dice, “all’ordine del giorno indignazione, frustrazione, rassegnazione e disagio finanziario”, parliamone con il dr. Fabrizio Locurcio (Sportello del Poliziotto CONSAP) e il dr. Santo Mazzarisi (psicologo e Vice Presidente Associazione “Il Caleidoscopio”)

Suicidi tra le Forze di Polizia

Suicidi tra le Forze di Polizia

Dr. Locurcio, cosa accade nel triste e delicato panorama dei suicidi tra le Forze dell’Ordine e di cosa si occupa, nello specifico, lo Sportello del Poliziotto della CONSAP?

 

Ho fondato oltre un decennio fa “Lo sportello del Poliziotto”, ovvero un ufficio sindacale  al quale i colleghi possono rivolgersi per le problematiche legate al loro lavoro in relazione all’Amministrazione.
La mia competenza è prevalentemente giuridco-umanistica, ma ho comunque acquisito e sviluppato una elevata predisposizione psicologica ad interpretare le angosce, le ansie e le difficoltà  di quanto spesso affligge il personale che si rivolge al Ns staff. In particolare bisogna sviscerare ciò che veramente crea disagio emotivo tale da indurre al suicidio; tutti conosciamo l’effetto che la crisi ha avuto sui cittadini, tasse su tasse, menage familiare, un reddito che secondo l’Istat è al di sotto di oltre il 30%, senza dimenticare che lo stipendio delle Forze dell’Ordine, secondo un recente studio di comparazione europea, è tra i più bassi dei Paesi dell’Europa Occidentale. Il timore più ricorrente per i colleghi è la sanzione disciplinare, uno strumento a cui, dai recenti dati, emersi dalla Giustizia Amministrativa, l’Amministrazione ricorre troppo spesso! Questo rende inermi ed impotenti, in quanto le misure contenute nei provvedimenti disciplinari, prevedono decurtazioni e sospensione dello stipendio, misura che dura anche per lunghi periodi. Immaginiamo uno stipendio base di un Agente mille, e trecento euro mensili o di un Assistente e/o sottufficiale, circa 1.600 (vuol dire almeno 20 anni di servizio), spesso monoreddito, che deve pagare un mutuo o un affitto, spese di gestione abitazione, spese automobile, spese alimentari, abbigliamento proprio e per la propria famiglia, e non dimentichiamo spese sanitarie e riparazioni varie in casa e per l’automobile; aggiungiamoci anche gli  imprevisti che purtroppo capitano a tutti, e a tutto ciò in una situazione esistenziale già estremizzata, con cui non si arriva a fine mese, si aggiunga la sopportazione determinata dall’incredibile DIGNITA’ che questi EROI di colleghi hanno:, trovano ancora la forza di sorridere e continuare a lavorare rischiando la vita tutti i giorni!  Tutto questo accade all’interno di una famiglia serena ed unita. Adesso immaginiamo i colleghi che hanno difficoltà e quando a quanto sopra enunciato, si aggiungono gravi problemi di salute di genitori e componenti familiari, legge 104 rigettate dall’Amministrazione per difetto di requisiti, separazioni familiari, allontanamento dalla casa coniugale e perdita dei rapporti affettivi con i figli e con il coniuge; spesso sono costretti a dover tornare a vivere in caserma con pochissime centinaia di euro, relegati come emarginati. A questo punto si richiede un prestito per sopravvivere e per pagare la scuola per i figli e spesso non si riesce ad onorare tale prestito, in quanto si ha anche il fido bancario che per eccesso di scoperto o per causa di debitore poco affidabile, viene revocato dall’Istituto bancario, dando così inizio alle procedure esecutive, decreto ingiuntivo, precetti e pignoramento sullo  stipendio…. Sapete che cosa provoca il pignoramento sullo stipendio? L’aver contratto debiti senza averli onorati: fatto assolutamente disdicevole per il Dicastero dell’Interno e che comporta l’apertura d’ufficio di un provvedimento disciplinare!  Questo accade anche alle colleghe donne, in alcuni casi lasciate da sole a crescere i figli con l’ulteriore aggravio di una ancora presente discriminazione femminile. Questo è solo l’inizio di uno dei tanti calvari in cui molti colleghi si dovranno difendere sia in sede civile per gli atti esecutivi del pignoramento, sia nei confronti dell’Amministrazione con la Giustizia Amministrativa, aggiungiamoci altri due o tremila euro di spese legali! A tutto questo si deve sommare un’altra circostanza che pochi conoscono, ovvero che l’appartenente alle Forze dell’Ordine deve rappresentare il cittadino “MODELLO”, non può litigare o rispondere a nessuno anche se provocato, deve dare sempre l’esempio sia in servizio che fuori dal servizio; quest’ultimo è perennemente H24 a lavoro anche se a passeggio con la famiglia di domenica, poiché è sempre obbligato ad intervenire in caso di necessità; soprattutto non può accusare frequenti emicranie o chiedere aiuto per stress da lavoro o per disagi causati dai motivi sopra esposti, pena il deferimento all’Ospedale militare Reparto di psichiatria e ritiro delle armi!  In ultimo non dobbiamo dimenticare lo stress correlato al lavoro (carente organizzazione, mancanza di strumenti, inadeguatezza nella formazione e altri fattori individuali nonchè l’impatto che questo ha sulla loro vita e su quella dei cittadini), l’impotenza di non riuscire ad offrire i servizi necessari per garantire una pacifica e ordinata convivenza sociale, fondamenta essenziali del lavoro degli operatori della sicurezza! E’ovvio che tali fattori sommati non costituiscono il principio assoluto del nesso causale ai frequenti suicidi avvenuti ma certamente contribuiscono da un lato all’aumento dello stress e delle sindromi depressive e dall’altro favoriscono i comportamenti devianti che tutti conosciamo. E’ evidente che a fronte di un disagio intrafamiliare gli aspetti supporto e comprensione sono fondamentali per uscire dal baratro e superare un momento di fragilità emotiva. Un soggetto come l’appartenente alle Forze di Polizia è nell’immaginario collettivo un punto di riferimento, un paladino della giustizia e della tutela dei più deboli, solitamente rappresenta un “superuomo” che non si ammala, non piange, non soffre e non si lamenta. Questo status, a fronte di grandi e reiterate difficoltà familiari e professionali, ingenerano sgomento e frustrazione; isolamento, emarginazione, impotenza e in ultimo rassegnazione. Spesso sentiamo colleghi lamentarsi dell’inapplicabilità delle norme contro i criminali assicurati alla giustizia, della vanificazione degli sforzi di anni di lavoro di indagini e del recente degrado dilagante prodotto dall’assenza di una giustizia sociale; questo costituisce senz’altro un ulteriore disagio non trascurabile se, viene sommato alle problematiche sopra esposte.  Estremamente illuminante per approfondire la piaga dei suicidi nelle Forze dell’Ordine è il testo “Caduti senza l’Onore delle armi” magistralmente scritto dal Dott. Luigi Lucchetti Dirigente Superiore medico della Polizia di Stato; illuminante resoconto dei diversi percorsi suicidari battuti da uomini e donne in divisa, con tematiche trattato con un taglio assolutamente pragmatico. Anche i dati forniti dall’articolo dell’ottobre 2015 di Repubblica di Marco Preve dal titolo “Il male oscuro della polizia: il suicidio prima causa di morte” riporta in una tabella che dal 1999 al 2011, ben 137 poliziotti si sono tolti la vita. Altri 4 sono stati uccisi da terroristi, 6 in conflitti a fuoco con la criminalità, 22 sono stati vittime di infortuni sul lavoro, ad esempio rimanere investiti mentre si rileva un incidente stradale, e 111 sono le cosiddette vittime del dovere, ovvero quegli agenti e funzionari rimasti uccisi in interventi a rischio come il folle che fa esplodere l’appartamento con il gas. Il suicidio è quindi  la principale causa di morte di agenti in servizio. “Un dato che è realistico supporre anche più alto, visto che in alcuni casi e per varie ragioni il suicidio può passare per un decesso di altra natura”. Francesco Carrer è un criminologo che lavora da anni con la polizia italiana, quella francese e l’Unione Europea. Lui e Sergio Garbarino, vicequestore, neurologo e medico della polizia alla Questura di Genova, che hanno appena pubblicato un testo destinato far discutere: “Lavorare in polizia: stress e burn out”.
Dulcis in fundo, la “scarsa attenzione” Istituzionale e governativa in genere sulla “MISSIONE” del poliziotto, che in questi ultimi anni è stato ingiustamente offeso ed umiliato. Non dimentichiamo il precedente governo che definiva alcuni poliziotti più anziani “panzoni”, e qualcuno magari come il Presidente Berlusconi nel 2011 negava la crisi economica poiché gli italiani possedevano un telefono cellulare e andavano al ristorante! Oggi cittadini e poliziotti “il cellulare lo comprano a rate e in pizzeria ci vanno a menù fisso una volta al mese”! Oggi a distanza di anni, un contratto scaduto dal 2009 a fronte di un reddito già ampiamente descritto nei fatti sopra riportati, si offrono 80 euro al Comparto Sicurezza, con i quali è possibile andare a “festeggiare il cospicuo aumento con ostriche e champagne”! Lo Sportello del Poliziotto ha tra i suoi compiti, anche quello di aiutare i colleghi incoraggiandoli  tentando di risolvere alcune vicende che riguardano il loro delicatissimo compito; sono stato personalmente promotore di numerose iniziative per infondere fiducia e autostima a tutti gli appartenenti alle Forze di Polizia, cercando di sensibilizzare le Istituzioni. Tra le più importanti, la realizzazione del monumento dedicato ai caduti delle Forze dell’Ordine, presso Piazza della Libertà a Roma, il 21 novembre 2014, inaugurato alla presenza della Fanfara della Polizia e di tanti colleghi e familiari delle vittime ma con la totale assenza di Istituzioni e cariche dello Stato. Grazie alla sensibilità del Segretario Generale della Consap Dott. Giorgio Innocenzi, la Regione Lazio, su iniziativa dell’On. Michele Baldi è in procinto di approvare la legge della giornata commemorativa dedicata ai caduti delle Forze dell’Ordine che coinciderà con la data del 21 novembre, anche se tutti noi sappiamo che la morte di un collega non fa più notizia!

 

La parola all’esperto, dr. Santo Mazzarisi psicologo Vice Presidente Associazione “Il Caleidoscopio”.

Dr. Mazzarisi, cosa pensa Lei e la Sua Associazione del fenomeno suicidi?

 

Se qualcuno uccide qualcun altro è definito “omicida”, se qualcuno è ucciso da qualcun altro è detto “vittima”, se qualcuno uccide sé stesso è detto “suicida”. Quest’ultimo termine sembra facilmente nascere dalla analogia con il primo termine (omicida), indicando colui che uccide sé stesso. Nonostante la chiarezza linguistica, nasce una riflessione legata al fatto di  presentare in prima battuta colui che si uccide come “chi commette” un atto di violenza e non chi è “vittima” del proprio gesto. Davanti a questa ipotesi la nostra mente fatica infatti a considerare una vittima chi si uccide, considerando più il male che reca a chi rimane (familiari, partner, figli) piuttosto che al male che si è subito.
Ma si può essere “vittima” e “omicida” allo stesso tempo?
Per uscire fuori dalle categorie linguistiche forse ci può essere utile capire come si arriva a mettere in atto un gesto così estremo. A parte le situazioni di fanatismo religioso o politico, il DSM-V, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, definisce che i fattori ambientali scatenati il comportamento suicidario possono essere: l’essere venuti a conoscenza di recente di una condizione medica potenzialmente fatale, l’esperienza della perdita improvvisa e inaspettata di un parente stretto o del partner, la perdita del lavoro o il trasferimento dalla propria abitazione. Altri fattori descritti nella letteratura scientifica sono le separazioni coniugali, le gravi difficoltà economiche, problematiche familiari, isolamento fisico ed emotivo. La comorbilità con una varietà di disturbi mentali, tra cui il disturbo bipolare, il disturbo borderline, il disturbo depressivo maggiore, il disturbo da uso di sostanze e i disturbi di ansia associato a contenuto catastrofico e Disturbo da Stress Post Traumatico, delineano un quadro prognostico del suicidio molto ampio e non sempre facilmente prevedibile. Diversi studi hanno permesso di identificare molteplici fattori di rischio del comportamento suicidario, tra loro interagenti. Tali fattori hanno un effetto cumulativo, un ruolo e un peso diverso a seconda delle varie fasi e dei periodi evolutivi, degli eventi scatenanti (life-events), delle caratteristiche di personalità e del particolare ambiente di vita di una persona.
Pertanto la domanda iniziale può avere una risposta se si analizza in che modo l’economia psichica della persona gestisce le variabili ambientali, quali sono le risorse che ha attorno e che possono aiutarlo a trasformare l’ideazione suicidaria da una possibile disperata soluzione ad un campanello di allarme a cui prestare la massima attenzione. Ciò che risulta importante dagli studi effettuati anche da  A.T. Beck è quello di strutturare interventi che possano agire a più livelli sull’idea di hopelessness (mancanza di speranza), ovvero la mancanza di apprezzamenti sul presente, un sistema cognitivo di aspettative negative, di scarsa considerazione di sé, spesso rinforzato dallo stesso contesto sociale e da scarse relazioni interpersonali. L’intervento in tal senso è a più livelli, dalla costruzione di una rete amicale, sociale e lavorativa capace di fornire ascolto alle difficoltà, al sostegno terapeutico medico e psicologico, con l’obiettivo comune di aiutare la persona a sentirsi sostenuta, ma anche a incoraggiarla verso percorsi di autonomia e di ripresa, migliorando positivamente le proprie aspettative di vita e del proprio futuro.