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Nasce il Servizio Consulenza CONSAP “Padri e Madri Separati”, la Segreteria Provinciale di ROMA si attiva concretamente per la tutela e il sostegno di uomini e donne della Polizia di Stato

Servizio Consulenza CONSAP Padri e Madri Separati

Servizio Consulenza CONSAP Padri e Madri Separati

SERVIZIO CONSULENZA CONSAP PADRI E MADRI SEPARATI

News Consap Roma

Nasce, all’interno della Segreteria Provinciale di Roma della CONSAP – Confederazione Sindacale Autonoma di Polizia, il Servizio Consulenza rivolto a padri e madri separati.
Il sindacato garantisce a tutti gli iscritti assistenza legale in sede di separazione e divorzio, nei procedimenti di affidamento e mantenimento di figli nati fuori dal matrimonio, nonché nei relativi procedimenti di revisione delle condizioni. Per usufruire del servizio, gli interessati potranno contattare direttamente gli Avvocati dello Studio Legale “De Iure” (alle note utenze telefoniche e contatti posta elettronica riportati nell’apposita rubrica convenzioni del sito) con cui è attiva una speciale, professionale e vantaggiosa convenzione o rivolgersi al dr Gianluca “Drago” SALVATORI,  Segretario Generale Provinciale Aggiunto CONSAP di Roma, referente del servizio di consulenza da lui stesso ideato e fortemente voluto.
Dopo il contatto con i referenti, verrà svolto un primo colloquio conoscitivo, gratuito, in cui i legali illustreranno al collega i passi da seguire.
In questa delicatissima materia viene sempre messa al centro la soddisfazione degli interessi dellassistito (provando ad offrire un servizio non asettico), ma si cerca al contempo di pervenire quanto più possibile ad una soluzione consensuale delle singole controversie (negoziazione assistita ecc.).
Particolare attenzione viene poi dedicata alla tutela contro le violazioni del diritto di frequentazione del genitore non collocatario. Viene altresì garantita assistenza dinanzi al giudice tutelare e nelle cause relative alla limitazione della responsabilità genitoriale presso il Tribunale per i minorenni.
In sede penale, invece, si garantisce tutela nei procedimenti per mancato versamento del mantenimento ed in tutti i procedimenti per reati contro la persona o contro la famiglia.
Infine, i legali dello Studio “De Iure”offrono il proprio supporto nelle istruttorie disciplinari instaurate dallamministrazione a seguito di denuncia dellaltro genitore.

 

 

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Burka sì, Burka no, il parere del dr. Edoardo Mori

Burka sì, Burka no, il parere del dr. Edoardo Mori

Burka sì, Burka no, il parere del dr. Edoardo Mori

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un commento dell’illustre giurista Edoardo Mori, relativo all’uso del burka, esaminando l’aspetto di diritto e quello che è opportuno fare.

Il  problema dell’uso o divieto del burka, deve essere valutato sotto due profili:
– ciò che dice il nostro diritto (valutazione dei jure condito);
– ciò che è opportuno e possibile fare (valutazione politica de jure condendo).
Il problema di diritto è generale se si affronta l’argomento di quali limiti si possono imporre a riti religiosi che contrastano con norme dello stato italiano o con l’ordine pubblico  (nozione questa ormai superata e valida solo rispetto ai tempi in cui si decide; una volta serviva per affermare che il divorzio doveva essere vietato, ora è stata invocata per i matrimoni gay!). È particolare se si cerca ciò che la legge ha stabilito fino ad ora.
Due problemi sono stati portati all’esame dei giudici: quello del porto del coltello rituale (kirpan) dei Sikh e la disposizione del Regolamento di PS, art 289 , secondo cui la foto sulla carte di identità, quindi sulla patente deve essere e a mezzo busto e senza cappello.
Il problema del coltello dei Sikh è stato affrontato male dai giudici perché quando nel 2009 i giudici di Cremona vennero chiamati a decidere, essi ritennero che il kirpan fosse un coltello e non un pugnale, come invece all’epoca era costante giurisprudenza della Cassazione (ora è cambiata e il kirpan va classificato, per la legge italiana, come un coltello) e dissero che per un Sikh costituiva giustificato motivo il portarlo; ma se all’epoca esso era un pugnale, che cosa c’entrava il giustificato motivo? Vi era un divieto di porto assoluto ed insuperabile; sarebbe un po’ come se un cristiano pretendesse di andare in giro con un pugnale con impugnatura a crocefisso in forza della sua fede!
Ma i giudici di Cremona volevano assolvere e si sono lanciati in affermazioni fantasiose quali : il porto di quel pugnale costituisce un segno distintivo di adesione ad una regola religiosa e, quindi, una modalità di espressione della fede religiosa, garantita dall’art. 19 Cost. oltre che da plurimi atti internazionali. Sta di fatto che la libertà religiosa non consente davvero atti illegali e che i “plurimi atti” se li sono inventati.
Successivamente il Consiglio di Stato, nel 2010 e nel 2012, ha negato il riconoscimento di associazioni di culto sikh perché in esse  vi era la regola vincolante del porto del kirpan e il divieto per le donne di divorziare (permettetemi di rilevare la sciocchezza di questa seconda affermazione: è vero che è garantita la parità fra i sessi, ma ciò non vieta che una donna o un uomo, volontariamente vi rinuncino; spesso si dimentica che la libertà individuale deve restare il principio supremo).
Sostanzialmente però la decisione di vietare il porto di un coltello in via permanente è corretta in base al diritto vigente: il giustificato motivo che consente il porto di uno strumento atto ad offendere è per sua natura legato a situazioni occasionali e temporanee (quando si fa una escursione, quando si va a caccia o pesca o a funghi, quando il cuoco si sposta con i suoi coltelli, quando si esce di casa per fare un lavoretto manuale ecc.) e non si può ipotizzare un giustificato motivo permanente. Significherebbe infatti attribuire ad una categoria di persone  una posizione privilegiata permanente.
Del resto il problema è facilmente superabile ove si consideri che nulla vieta di portare un kirman privo di filo e di punta.
Il problema della foto a testa nuda è nato anch’esso in relazione ai Sikh e ad altre religioni che impongono la copertura del capo con turbanti o veli. Il Ministero dell’interno, che una ne pensa e due ne sbaglia, aveva ceduto alle pretese di questi signori e aveva stabilito con circolare n. 4/95 del 14 marzo 1995, che bastava che il volto fosse scoperto; con altra circolare del 24 luglio 2000 il Ministero ha precisato che il turbante, il chador e il velo, imposti da motivi religiosi,” sono parte integrante degli indumenti abituali e concorrono, nel loro insieme, ad identificare chi li indossa, naturalmente purché mantenga il volto scoperto” e pertanto tali accessori sono ammessi, anche in ossequio al principio costituzionale di libertà religiosa, purché i tratti del viso siano ben visibili. Faceva l’acuta osservazione che se il regolamento vieta il cappello, non era vietato il velo! Avrebbe potuto rilevare che le suore vengono ritratte per l’appunto con il velo.  Ma perché allora prendersela con il povero cappello?
Non si erano resi conto che se la foto serve per identificare una persona, è necessario valutare l’insieme generale (viso, capelli, forma della testa, forma delle orecchie, ecc.); basti pensare come sia difficile riconoscere una persona che si è sempre vista con il cappello o il berretto militare, e viceversa.
Ed infatti  la Corte Europea dei diritti dell’uomo del ricorso nr.  24479/07 deciso il 13 novembre 2008  presentato da Shingara Mann Singh contro la Francia, che aveva giustamente negato il diritto ad avere solo mezza foto sulla patente,  ha negato che sussista un diritto a farsi fotografare con il turbante. La Corte sottolinea che la regolamentazione contestata si è mostrata più esigente in materia a causa dell’aumento dei rischi di frode e di falsificazione delle patenti di guida e aggiunge:  Tuttavia, l’articolo 9 della Convenzione sui diritti umani non protegge qualsiasi atto motivato o ispirato da una religione o convinzione . Inoltre, non garantisce sempre il diritto di comportarsi nel modo dettato da una convinzione religiosa e non conferisce agli individui che agiscono in tal modo il diritto di sottrarsi a norme che si sono rivelate giustificate. La Corte ricorda che la Commissione, investita da un ricorrente sikh che criticava la sua condanna per infrazioni all’obbligo fatto ai conducenti di motociclette di portare un casco di protezione, aveva considerato che il portare obbligatoriamente un casco di protezione era una misura necessaria per i motociclisti, e che l’ingerenza nell’esercizio del diritto alla libertà di religione era giustificata per la tutela della salute dell’interessato.
Dopo aver posto queste basi teoriche sul problema  generale, passiamo al caso particolare del mascheramento. Esso è regolato da due norme:
L’art. 83 del TULPS: È’ vietato comparire mascherato in luogo pubblico. Il contravventore è punito con la sanzione amministrativa  da euro 10 a euro 103. È vietato l’uso della maschera nei teatri e negli altri luoghi aperti al pubblico, tranne nelle epoche e con l’osservanza delle condizioni che possono essere stabilite dall’autorità locale di pubblica sicurezza con apposito manifesto;
L’art. 5 della L. 22 maggio 1975, n. 152: È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo.  È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.
La Cassazione ha così precisato, in modo costante, il contenuto della prima norma : L’art 85 comma primo della legge di pubblica sicurezza vieta a chiunque di comparire mascherato in luogo pubblico nel terzo comma poi, si vieta l’uso della maschera nei teatri e negli altri luoghi aperti al pubblico, tranne nelle epoche e con l’osservanza delle condizioni che possono essere stabilite dall’autorità locale di ps con apposito manifesto. La prima disposizione ha carattere assoluto, essendo diretta ad impedire che mediante il mascheramento, che può attuarsi anche nella forma del travestimento della persona in abiti femminili, possano compiersi azioni criminose o illecite, tra le quali vanno indubbiamente annoverate quelle contro il buon costume, rientrante nell’ordine pubblico che la legge intende appunto tutelare. Relativo, invece, e il carattere dell’altra disposizione, poiché consente soltanto in casi eccezionali e con modalità espressamente stabilite, l’uso della maschera vera e propria quella cioè che copra il viso e che e cosa ben diversa dal travestimento o dal travisamento.
La legge 152/1975 si è limitata ad ampliare il divieto del mascheramento anche nei luoghi aperti al pubblico e a preveder espressamente  il mascheramento a mezzo casco.
In conclusione non vi è dubbio che allo stato della legislazione sia proibito l’uso di indumenti che non consentono il riconoscimento della persona e, in special modo di quelli che coprono il viso in tutto o in parte.
Trattasi ora di valutare se questa conclusione venga a ledere il diritto alla religione nel momento in cui si vietano condotte richieste dalla fede.
La risposta è però alquanto facile; la libertà di religione è solo uno dei molti precetti costituzionali e non fra i più importanti: anch’esso deve essere esercitato nel quadro dei principi generali della Costituzione e in equilibrato rapporto con gli altri diritti. Se la legge ritiene di vietare certe condotte perché dannose, asociali, contrarie al principi di parità ed eguaglianza (ad es. inferiorità della donna), alle radici culturali di un popolo (ad es. monogamia), non vi è contrasto con la Costituzione in nome della libertà di  una religione che può anche avere una impostazione incostituzionale (razzismo, plagio o circonvenzione dei proseliti, collusione con potenze straniere, spregio della vita umana, spregio per gli animali, spregio per il paese ospitante e i suoi interessi, ecc.).
Non credo proprio che vi sia nulla di incostituzionale nel vietare condotte già vietate in via generale dalla legge che le ha ritenute pericolose o dannose o nell’introdurre nuove norme ravvisando nuovi motivi di incompatibilità con la nostra civiltà.
Il problema di questa nuova normativa (e qui esaminiamo l’aspetto de jure condendo) è vasto e all’attenzione di tutti i paesi  civili (in altri paesi e in particolare proprio in quelli  da cui provengono coloro che pretendono di conservare i loro culti tribali o medievali il problema non si pone perché è proprio la loro religione a non tollerare altre fedi).
I riti religiosi primitivi (e sono primitivi anche se in uso da millenni) possono essere cruenti, degradanti, o imposti a bambini e giovani incapaci di opporsi.  Forte ad esempio è l’opposizione ai metodi di uccisione tradizionale degli animali. In Polonia non è più legale la macellazione rituale, caratteristica dell’ebraismo e dell’islam. La Corte Costituzionale ha stabilito a gennaio che le pratiche kosher e halal rappresentano una violazione dei diritti non in linea con gli standard, anche europei, sull’abbattimento degli animali. Negli Stati Uniti si cerca di vietare  la circoncisione praticata ancora da sette ortodosse e che prevede che il celebrante succhi il sangue dal pene del  bambino, spesso provocandogli infezioni. L’ONU stessa ha dovuto intervenire contro la pratica dell’infibulazione.
È quindi chiaro che ogni paese ha dei canoni morali, etici, giuridici che sono ben più importanti, nella scala dei diritti, del diritto alla libertà di religione il quale è nato per impedire conversioni forzate o discriminazioni degli “infedeli” e non certo per consentire ad ognuno di affermare che in nome della religione può mettersi contro l’ordine sociale in cui vive. Se la nostra cultura è riuscita a stabilire che la chiesa cattolica non può scampanare quando e come vuole, ma deve rispettare le norme sull’inquinamento acustico, sarebbe evidentemente un assurdo affermare che un muezzin può schiamazzare con l’altoparlante dal suo minareto, in nome della sua religione o che chi professa la fede nudista, può girare nudo per la città.
Le società occidentali hanno sì affermato il principio della libertà di religione, ma in quanto essa deve essere e restare una cosa intima e personale; è anche un diritto di tutti coloro che hanno altre fedi, di non essere molestati dalle fedi altrui. Aveva ben espresso il concetto il filosofo illuminista Pierre Bayle quando disse non credo alla mia religione, che è l’unica vera, figurasi se posso credere a quella degli altri!
Inoltre i riti con sui si esplicano le fedi, sono una cosa diversa dalla fede stessa; una fede resta immutata nei secoli in quanto essenziale, i riti sono accidentali e devono adeguarsi al corso della civiltà, come ha sempre ben dimostrato di saper fare il cristianesimo. Se non fosse così avremmo ancora riti dell’uomo di Neanderthal  e il cannibalismo sacro! La nostra civiltà si è allontanata dall’oscurantismo; sarebbe tragico se facessimo passi indietro.


dr. Edoardo Mori

Il dr. Edoardo Mori, autore dell’articolo

 

 

Violenza Domestica, chi sono gli autori delle violenze nelle relazioni intime e quale trattamento possibile? Parliamone con il dr. Santo Mazzarisi, referente Centro di Ascolto per Uomini in difficoltà nelle relazioni affettive “La Vera Forza”, Associazione Il Caleidoscopio

Dott. Santo Mazzarisi Referente Centro di Ascolto per Uomini in difficoltà nelle relazioni affettive: La Vera Forza, Associazione Il Caleidoscopio.

Dott. Santo Mazzarisi Referente Centro di Ascolto per Uomini in difficoltà nelle relazioni affettive: La Vera Forza, Associazione Il Caleidoscopio.

In questo articolo per la rubrica “Cultura & Conoscenze”, continua l’approfondimento sulla tematica di psicologia e studio dei comportamenti umani nei vari aspetti. Abbiamo chiesto un nuovo contributo al dr. Santo Mazzarisi dell’Associazione “Il Caleidiscopio”  con cui la CONSAP ha attivato ormai da tempo una convenzione.
Parliamo stavolta di “violenza domestica”e chi sono gli autori delle violenze nelle relazioni intime e quale trattamento possibile da intraprendere.

 

La definizione di violenza domestica contiene al suo interno agiti, comportamenti e modalità relazionali che variano in base alla varietà di rapporti all’interno delle famiglie.
C’è la violenza di un genitore nei confronti di un figlio, quello di un partner o ex partner nei confronti dell’altro/a oppure quella di un figlio su un genitore, quello dei nonni nei confronti dei nipoti o quella agita da chi si occupa di un anziano o un disabile. Purtroppo l’elenco rischia di diventare poco esaustivo perché la violenza spesso si annida in forme non visibili, nascoste agli occhi dei più, e forse percepita ma poco visibile anche da parte di chi la subisce.
Un esempio può chiarire meglio questo punto: modalità relazionali di un partner controllante possono essere presentate da chi le agisce come segno di attenzione e di amore, e ciò può mettere sullo sfondo l’idea di un comportamento violento, enfatizzando gli aspetti che il partner vuole far passare come positivi e accudenti, quando in realtà sono palesemente manipolativi. Una situazione come questa è in realtà molto frequente, e tale frequenza può “normalizzare” il comportamento violento, rendendolo socialmente accettabile e considerandolo una colpa di poco conto.
Il legislatore ha fornito negli ultimi anni strumenti utili a contrastare sempre più i reati dentro l’ambito familiare.
La Legge 23 aprile 2009 n. 38, con l’inserimento dell’art. 612-bis nel Codice Penale, stabilisce che “è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.
La legge stabilisce inoltre che “la pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa oppure se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità”.
Tutto ciò prevede, nel caso in cui non sia stata già sporta querela e non siano stati perpetrati reati Volantino La Vera Forzaprocedibili d’ufficio, la possibilità di rivolgere al Questore, quale autorità di Pubblica Sicurezza, istanza di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta molesta. Con il D.L. 93/2013 l’Ammonimento è previsto anche per i casi di Violenza Domestica, in cui sono presenti i “reati sentinella”, come percosse o lesioni. In tal caso non sono ammesse segnalazioni anonime, ma è garantita la segretezza delle generalità del segnalante, inoltre l’ammonito deve essere informato dal Questore sui centri di recupero e servizi sociali disponibili sul territorio.
Il legislatore, pertanto, ha individuato oltre che il reato e le conseguenti pene, anche la possibilità per gli autori di violenza domestica di riferirsi a contesti riabilitativi e di recupero delle proprie capacità e funzioni relazionali.
Da cosa nasce la violenza domestica?
La violenza domestica è un fenomeno complesso che va compreso e trattato con relativa complessità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002 ha individuato i fattori di rischio nell’insorgenza di comportamenti abusivi, raggruppandoli in 4 livelli in interazione tra loro.
Livello individuale: fattori legati all’età, all’uso di sostanze ed al bere, disturbi di personalità, stati depressivi, basso livello di scolarità e bassa capacità di reddito, violenza assistita o subita.
Livello relazionale: alti livelli di conflittualità e instabilità coniugale, dominio maschile in famiglia, stress economico, scarso funzionamento familiare.
Livello comunitario: un contesto latitante che non sanziona i comportamenti violenti in famiglia, basso capitale sociale, povertà.
Livello sociale: norme tradizionali e culturali legate alla predominanza di un genere sull’altro, norme sociali che giustificano la violenza.
Gli interventi di trattamento sugli autori di violenza domestica non possono prescindere tale complessità di fattori. Privilegiarne uno vuol dire sottovalutare la potenzialità omeostatica degli altri, ovvero la tendenza a mantenere inalterato l’atteggiamento violento anche quando se ne cambiano le modalità di azione. Ciò può accadere quando l’attenzione è posta su uno solo di questi fattori.
Ad esempio, i trattamenti improntati fortemente sul modello culturale, presenti in alcuni contesti di intervento italiani, rischiano di creare un pensiero unico in cui, il modello familiare patriarcale tradizionale, diventa elemento principe dell’origine della violenza familiare: un po’ come dire che tutti i maschi cresciuti in famiglie “tradizionali” rischiano di diventare violenti!
La riflessione scientifica invita a valutare la complessità dell’individuo e delle sue relazioni per offrire risposte quanto più attendibili e valutabili. La tentazione di trovare un “profilo psicologico o psicopatologico” dell’autore di violenza domestica rappresenta un ulteriore rischio di renderci vittime di pregiudizi. Dutton, dopo quasi 20 anni di lavoro con gli uomini violenti, afferma “Tutti noi abbiamo lo stereotipo dell’uomo violento: volgare, incolto, un vero e proprio animale. Ma questo non è che un cliché. Quando ho cominciato a mettere insieme gruppi di terapia per gli uomini violenti, sono rimasto sorpreso dalla ‘normalità’ dei partecipanti che ci erano stati mandati dall’autorità giudiziaria”.
Allo stesso tempo le classificazioni possono essere utili per valutare il tipo di intervento da intraprendere. Ad esempio se l’autore di violenza è un narcisista manipolatore un intervento di counseling di coppia diventa inefficace per la capacità di portare avanti solo le sue ragioni, rischiando di confondere ulteriormente la vittima, oppure se è un soggetto che presenta un  discontrollo della impulsività legato a una patologia organica, ad esempio un etilismo cronico, avrà necessità di un intervento diverso da chi usa il controllo sulla vittima in base ad una convinzione sottoculturale di superiorità di genere.
Lo studioso Elbow descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:
il controllore: colui che non tollera che il proprio dominio e autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sui familiari;
il difensore: vive l’altrui autonomia come una minaccia abbandonica e sceglie speso donne in condizione di dipendenza;
Colui che cerca approvazione: in ricerca perenne di conferme per la propria autostima e aggressivo verso qualsiasi critica;
l’incorporatore: tende a un rapporto totalizzante e fusionale con la partner e la sua violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.
Le quattro tipologie elencate rendono ragione dell’erompere della aggressività davanti ad una separazione, o anche davanti la sola minaccia di essa. Ciò che emerge fortemente nel lavoro con gli autori di violenza domestica è l’idea di non riuscire a sostenere una separazione in particolare in quei casi in cui i vissuti abbandonici sono stati ben presenti nel passato nelle prime esperienze familiari.
Parecchie ricerche hanno analizzato questi casi negli studi sui livelli di attaccamento e negli studi sulla origine traumatiche di alcuni comportamenti violenti.
I bambini abbandonati o con una madre emotivamente distaccata e rifiutante mostrano negli studi di Bowby, il creatore della teoria dell’attaccamento, la nascita di uno stile di attaccamento insicuro, caratterizzato da forte dipendenza e contemporaneo timore di essa e dell’abbandono: siamo davanti alla tipica ambivalenza del partner abusante che alterna atteggiamenti affettuosi e aggressivi.
Dutton, esperto in autori di violenza, individua invece nella figura di identificazione paterna la possibile genesi della personalità abusante. Lo studioso rileva che nelle biografie dei violenti ci sono padri freddi, distanti, brutali, che continuamente li umiliavano e rifiutavano ed il cui impatto psicologico è stato talmente forte da mettere in secondo piano il possibile rifiuto materno.
Le teorie esposte rappresentano ovviamente una spiegazione del fenomeno e non una giustificazione: si parla di probabilità statistica e non di determinazione diretta. Un esempio di ciò è la capacità di resilienza mostrata negli studi da bambini che avevano vissuto esperienze avverse: la capacità di ripresa e rapido superamento di un evento dannoso.
Creare uno spazio di ascolto e trattamento per la violenza domestica appare pertanto una esigenza fondamentale per il contrasto alla violenza, al pari della protezione verso le vittime, così come suggerisce il legislatore, ed è carica di elementi di complessità che possono venire trattati da esperti nell’ambito e che non può essere delegata alla improvvisazione e alla “buona volontà”.  A volte l’ammonimento viene inteso come un rassicurante e bonario consiglio a smettere un comportamento, che per la specifica personalità della persona a volte è complesso abbandonare. Maggiore professionalità ed esperienza in tal senso rappresentano una garanzia di maggior controllo sulla recidiva dei comportamenti violenti.
E adesso una recente esperienza..
L’associazione Il Caleidoscopio da anni si interessa del fenomeno avendo aperto nel 2013 il Centro di Ascolto per Uomini in difficoltà nelle relazioni affettive denominato La Vera Forza, collaborando con realtà territoriali e formando i propri operatori al trattamento degli autori di violenze domestiche. Il lavoro finora condotto ha spinto a interrogarsi sulla valutazione dell’efficacia degli interventi e la riduzione del rischio di recidiva.
A questa esigenza ha risposto il gruppo di lavoro dell’Ordine degli Psicologi del Lazio sulla Violenza nelle relazioni intime, che ha avviato un progetto di ricerca e intervento presso alcuni penitenziari del Lazio, dell’Abruzzo e dell’Umbria sul maltrattamento e sul rischio di recidiva.
Il punto di partenza della ricerca, che sta coinvolgendo attualmente la formazione degli operatori penitenziari, è valutare il rischio, sulla base del quale organizzare misure adeguate e coerenti, improntando un percorso di valutazione psicologica del detenuto per reati della sfera della violenza domestica e il possibile inserimento in un percorso di gruppo.
La cornice teorica su cui si muove il progetto è il costrutto di psicopatia, nella cui definizione di Robert Hare (2009), è “un disturbo della personalità definito da una serie specifica di comportamenti e relativi tratti di personalità che sono valutati come negativi e dannosi da un punto di vista sociale”.
Ad alti livelli di psicopatia corrisponde un aumentato rischio di recidiva di comportamenti violenti.
Lo strumento diagnostico più utilizzato al mondo per la misurazione del costrutto di psicopatia è la PCL-R: si tratta di un test clinician-report multimetodo che, attraverso l’applicazione di un’intervista semi strutturata e l’analisi della documentazione personale, degli atti processuali e delle informazioni collaterali relative al soggetto, permette di valutare accuratamente il grado di psicopatia di un individuo.
La ricerca attualmente è in fase di avvio e verrà condotta dal comitato d’area del gruppo di lavoro sulla violenza nelle relazioni intime dell’ordine degli psicologi del Lazio.

Dr. Santo Mazzarisi
Referente Centro di Ascolto per Uomini in difficoltà nelle relazioni affettive: La Vera Forza, Associazione  Il Caleidoscopio.